Controffensiva

La controffensiva della Casa Bianca sullo spionaggio della Nsa che scatena coscienze e sentenze si muove su due fronti. Da una parte, Barack Obama cerca una mediazione con le aziende tecnologiche in rivolta. Ieri ha chiamato a raccolta il gran consiglio della Silicon Valley, ufficialmente per discutere il destino del claudicante portale healthcare.gov, in realtà per parlare dei programmi di sorveglianza del governo che hanno fatto imbestialire – più o meno maliziosamente – i signori dei dati. Leggi anche Le spiate dell’Nsa fanno vedere la faccia vera dell’obamismo (è brutta!)
10 AGO 20
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New York. La controffensiva della Casa Bianca sullo spionaggio della Nsa che scatena coscienze e sentenze si muove su due fronti. Da una parte, Barack Obama cerca una mediazione con le aziende tecnologiche in rivolta. Ieri ha chiamato a raccolta il gran consiglio della Silicon Valley, ufficialmente per discutere il destino del claudicante portale healthcare.gov, in realtà per parlare dei programmi di sorveglianza del governo che hanno fatto imbestialire – più o meno maliziosamente – i signori dei dati. Dall’altra parte, l’Amministrazione cerca di normalizzare le rivelazioni che la talpa Edward Snowden centellina tramite i suoi araldi, primo fra tutti l’attivista Glenn Greenwald. L’inchiesta sulla Nsa prodotta dal programma “60 Minutes” e andata in onda domenica sera era orientata in questo senso.
Il giornalista John Miller – ex funzionario d’intelligence e portavoce dell’Fbi – ha condotto il pubblico in un viaggio nei meandri della Nsa con interviste che vanno dal capo dell’Agenzia, Keith Alexander, all’ultimo analista che maneggia dati sensibili. Tutti i funzionari inevitabilmente presentano le attività dell’Agenzia come legittime, smantellano la rappresentazione orwelliana costruita sulla base delle rivelazioni di Snowden e di tanto in tanto Alexander chiede un “time out” per ottenere dai superiori in studio il permesso di rispondere alla domanda. Ci sono volute poche ore perché la trasmissione venisse smontata pezzo per pezzo. Alexander dice che la Nsa non ascolta le conversazioni degli americani ma si limita a raccogliere metadati, attività tuttavia sufficiente per suscitare sospetti di incostituzionalità; le fonti ascoltate da “60 Minutes” sostengono che i programmi contestati hanno evitato un attacco degli hacker cinesi che avrebbe “distrutto l’economia americana”, versione apocalittica smentita da decine di esperti. Il capo dell’Agenzia s’incarta quando, nel tentativo di smentire le intrusioni nei server di Google e Yahoo!, finisce per ammettere la pratica. Il programma ha prodotto in fin dei conti l’effetto opposto di quello che Obama sperava. E certo non è stato brillante scegliere “60 Minutes”, brand già ammaccato da una fasulla ricostruzione dell’attacco di Bengasi che è costata una sospensione alla giornalista Lara Logan.